Biogas Italia ed Europa 2025-2035: come sta cambiando
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Biogas Italia ed Europa 2025-2035: come sta cambiando

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Il settore biogas e biometano in Italia e in Europa: produzione, mercato, innovazioni, sostenibilità e scenari per il settore agricolo da qui al 2035.
Diciamo la verità: il settore del biogas, fin dalla sua diffusione in Italia, è estremamente divisivo tra gli operatori agricoli. Da una parte c’è chi lo ha visto come poco efficace per rispondere alle esigenze reali delle aziende, giudicandolo un comparto complesso, costoso e distante dalla gestione quotidiana di un’impresa agricola tradizionale. Dall’altra c’è chi, al contrario, lo ha vissuto come un’opportunità potenzialmente rivoluzionaria, capace di trasformare scarti e sottoprodotti in valore, di ridurre l’impatto ambientale e di generare un flusso economico alternativo e più stabile. Questa doppia visione nasce essenzialmente da fattori concreti. Le aziende con dimensioni più ridotte o con una capacità limitata di investimento hanno spesso faticato a percepire la produzione di biogas come uno strumento utile al loro modello produttivo, mentre le realtà più strutturate e innovative hanno intuito da subito i vantaggi derivanti dall’integrazione tra produzione agricola ed energia rinnovabile. Le politiche di sostegno, l’evoluzione tecnologica e la disponibilità di conoscenze hanno contribuito ad alimentare questa frattura iniziale tra scetticismo e fiducia. Con il passare del tempo, però, il quadro si è evoluto. Le esperienze maturate in campo, i progressi nella gestione impiantistica e il crescente interesse delle istituzioni verso l’economia circolare hanno ridimensionato le critiche iniziali, rafforzando la percezione del biogas come parte integrante di una nuova visione agricola ed energetica. Al 2025 il comparto ha fondamentalmente raggiunto una fase di maturità che lo rende tra i segmenti centrali attivi nella transizione ecologica nazionale. Le direttive europee, la spinta verso la neutralità climatica e la necessità di sistemi agricoli più resilienti hanno ridato slancio al biogas, trasformandolo da sperimentazione di nicchia a tassello strategico del mix energetico e del modello agricolo italiano ed europeo.
Biogas: breve storia di un settore giovane
L’introduzione del biogas in Italia non è stata un fenomeno improvviso. È il risultato di un percorso graduale che ha coinvolto il mondo agricolo, l’industria e le istituzioni. Già nei primi anni Duemila alcune aziende agricole avevano iniziato a sperimentare la digestione anaerobica come soluzione per valorizzare i reflui zootecnici e ridurre l’impatto ambientale delle attività. In quella fase, la tecnologia era percepita più come un esperimento pionieristico che come una reale alternativa di business. Le prime generazioni di impianti erano complesse, richiedevano investimenti ingenti e una manutenzione continua. Nonostante ciò, alcune realtà agricole hanno compreso immediatamente il potenziale di questa tecnologia: trasformare uno scarto in risorsa, produrre energia pulita e ottenere un digestato utilizzabile come fertilizzante. Tuttavia, la complessità tecnica e i costi di gestione hanno delineato subito una selezione naturale: solo chi possedeva competenze, capitale e capacità organizzativa riusciva a mantenere attivi gli impianti. Con l’introduzione di meccanismi di incentivazione energetica, il biogas ha cominciato ad assumere un ruolo più rilevante. L’attenzione crescente verso le rinnovabili e l’urgenza di ridurre le emissioni hanno spinto il settore agricolo a valutare con maggiore interesse questa opzione. Fu un periodo in cui la prospettiva economica, sostenuta da tariffe incentivanti, contribuì a diffondere il modello, trasformando numerose aziende agricole in piccole centrali di produzione energetica. Ma la crescita non è stata priva di contraddizioni. Alcune aziende hanno interpretato il biogas come un business parallelo all’agricoltura, concentrandosi sulla produzione energetica più che sull’integrazione virtuosa con l’attività agricola. Altre, invece, hanno visto nella digestione anaerobica uno strumento per migliorare la sostenibilità della propria filiera, riducendo emissioni e valorizzando sottoprodotti.
Biogas e agricoltura: un rapporto (paradossalmente) complesso
Il rapporto tra biogas e agricoltura è stato fin dall’inizio caratterizzato da una certa ambivalenza. Per alcuni agricoltori, l’introduzione di un impianto di digestione anaerobica ha significato dover acquisire nuove competenze, gestire processi più complessi e affrontare sfide normative e burocratiche. Non tutti erano disposti o in grado di farlo. Per altri, invece, l’impianto di biogas ha rappresentato una svolta, capace di garantire entrate più stabili, ridurre la dipendenza da fattori esterni e migliorare la competitività aziendale. Questa diversità di percezioni riflette la complessità stessa del settore agricolo italiano, frammentato in migliaia di aziende di dimensioni e caratteristiche molto differenti. L’adozione del biogas è stata quindi disomogenea: alcune aree del Paese hanno conosciuto una diffusione significativa degli impianti, altre sono rimaste più distanti. Anche la tipologia di produzioni agricole ha influenzato il grado di apertura: le aziende zootecniche, ad esempio, hanno avuto una motivazione più forte rispetto a quelle cerealicole, grazie alla disponibilità di reflui da valorizzare.
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La situazione italiana nel 2025
Arriviamo alla situazione attuale. Nel 2025, il biogas in Italia si trova in una posizione particolare: non è più una novità e nemmeno una moda passeggera, ma una tecnologia consolidata, con luci e ombre, che deve ancora affrontare sfide strutturali ma che gode di un riconoscimento sempre più ampio. Il quadro energetico nazionale è cambiato rapidamente. La transizione verso le rinnovabili ha accelerato, spinta dalle direttive europee e dall’urgenza di ridurre la dipendenza dai combustibili fossili. In questo contesto, il biogas si è ritagliato un ruolo specifico, diverso da quello di altre fonti rinnovabili come il fotovoltaico o l’eolico. Non si tratta solo di produrre energia elettrica o calore, ma di offrire una soluzione multifunzionale, capace di unire produzione agricola, gestione dei reflui, riduzione delle emissioni e sviluppo di filiere locali. Il settore ha conosciuto una trasformazione interna significativa. Se nei primi anni la maggior parte degli impianti era concepita per la produzione di energia elettrica incentivata, oggi l’attenzione si è spostata verso il biometano. Questa evoluzione è stata favorita da politiche specifiche e dalla crescente domanda di gas rinnovabile per usi civili, industriali e soprattutto nel settore dei trasporti. Il biometano è diventato la nuova frontiera, capace di integrare il biogas nel mercato energetico nazionale ed europeo in modo più diretto e competitivo. Le aziende agricole che hanno investito nella conversione o nella costruzione di impianti idonei alla produzione di biometano hanno oggi una prospettiva più solida. Possono contare su contratti di fornitura, partecipare a meccanismi di mercato e contribuire in modo concreto agli obiettivi di decarbonizzazione del Paese. Tuttavia, non tutte le realtà hanno avuto la possibilità di intraprendere questa strada. Restano differenze significative tra aziende di grandi dimensioni e piccole aziende, con queste ultime spesso penalizzate dalla difficoltà di sostenere investimenti elevati o di accedere a tecnologie avanzate.
Il ruolo del biometano
La transizione dal biogas al biometano non è stata immediata, ma ha segnato una vera e propria svolta. Se la produzione di energia elettrica rappresentava una soluzione circoscritta, con limiti di integrazione nella rete e dipendenza forte dagli incentivi, il biometano ha aperto nuove prospettive. Pur essendo tecnicamente più complesso, il biometano permette una maggiore flessibilità di utilizzo. Può essere immesso direttamente nella rete del gas naturale, sostituendo le fonti fossili, oppure utilizzato come combustibile per i trasporti. Questo ne fa un vettore strategico in un contesto in cui l’Europa ha definito obiettivi ambiziosi per ridurre l’uso dei carburanti tradizionali. Il biometano ha inoltre rafforzato il legame tra il settore agricolo e quello energetico. L’agricoltura non si limita più a produrre energia per l’autoconsumo o per la vendita di elettricità, ma diventa parte integrante del sistema nazionale del gas. Nonostante i progressi, restano alcune criticità. La burocrazia e i costi di connessione alla rete rappresentano ancora un ostacolo, soprattutto per le aziende medio-piccole. Inoltre, la necessità di garantire standard elevati di qualità e sicurezza impone controlli rigorosi, che possono risultare onerosi.
Sfide tecniche ed economiche
Lo sviluppo del biogas in Italia non è stato né lineare né privo di ostacoli. Se oggi possiamo parlare di un comparto consolidato, lo dobbiamo a una lunga serie di adattamenti, aggiustamenti e correzioni che hanno coinvolto tanto le tecnologie quanto i modelli di business. Uno degli aspetti più complessi riguarda i costi di investimento. Un impianto di digestione anaerobica richiede capitali iniziali molto consistenti, sia per la costruzione che per la connessione alle reti. Nei primi anni, gli incentivi garantivano un ritorno relativamente rapido, ma con la progressiva riduzione dei sussidi le aziende si sono trovate di fronte a margini più ristretti e a tempi di ammortamento più lunghi. Questo ha portato a una selezione naturale, in cui solo le realtà più solide, o quelle che hanno saputo innovare, hanno potuto resistere. Sul piano tecnico, le sfide non sono state meno impegnative. Un impianto di biogas richiede competenze specifiche nella gestione dei processi biologici e chimici, oltre che un’attenta organizzazione aziendale. Non è sufficiente “alimentare” il digestore: occorre bilanciare le matrici, monitorare costantemente i parametri di processo e garantire un funzionamento stabile. Molte delle difficoltà iniziali sono derivate proprio dalla sottovalutazione di questa complessità. Aziende che avevano puntato sul biogas senza investire in formazione o consulenza adeguata si sono trovate presto in difficoltà, con impianti mal gestiti o poco performanti. A queste sfide si aggiunge la questione della redditività a lungo termine. L’agricoltura italiana è frammentata e caratterizzata da aziende di piccole e medie dimensioni, spesso familiari. Non sempre queste realtà hanno la capacità di affrontare investimenti plurimilionari, né di sostenere i rischi legati alla volatilità dei mercati energetici. Le difficoltà di accesso al credito hanno aggravato la situazione, rendendo il biogas più accessibile alle grandi aziende o alle cooperative, e meno alle aziende isolate. La conversione al biometano ha aperto nuove opportunità, ma ha anche reso ancora più evidente questa divisione. Non tutte le aziende hanno potuto permettersi la riconversione, soprattutto per la modifica degli impianti con l’integrazione di impianti di upgrading, necessari per “elevare” il biogas a biometano.
Innovazione tecnologica e ricerca
Uno dei motori più importanti della crescita del biogas è stata l’innovazione tecnologica. Senza ricerca e miglioramenti costanti, il settore non avrebbe potuto superare i limiti iniziali e raggiungere i livelli di efficienza che conosciamo oggi. La digestione anaerobica, nella sua forma più semplice, è un processo biologico antico, ma la sua applicazione industriale ha richiesto uno sforzo notevole per essere ottimizzata. La ricerca si è concentrata innanzitutto sulla comprensione dei processi microbiologici, sul ruolo delle comunità batteriche e sulla loro capacità di degradare diverse tipologie di substrati. Questa conoscenza ha permesso di affinare il bilanciamento delle miscele, ridurre i tempi di ritenzione, migliorare la stabilità degli impianti e aumentare la resa energetica. Parallelamente, l’innovazione ha interessato la parte impiantistica. I digestori sono diventati più affidabili e flessibili, con sistemi di monitoraggio in tempo reale e software di gestione capaci di anticipare i problemi e ottimizzare i parametri. Le tecnologie di upgrading, necessarie per trasformare il biogas in biometano, hanno fatto passi da gigante, passando da sistemi costosi e complessi a soluzioni più accessibili e modulari, adatte anche a impianti di dimensioni ridotte. Un altro ambito di ricerca cruciale è quello del digestato. Inizialmente visto come un sottoprodotto da gestire, oggi viene valorizzato come fertilizzante di qualità. Studi e sperimentazioni hanno dimostrato la sua efficacia nel restituire nutrienti al suolo, migliorandone la fertilità e riducendo la dipendenza dai fertilizzanti chimici. Tecniche di separazione e raffinazione permettono di ottenere prodotti sempre più mirati, con un contenuto bilanciato di azoto, fosforo e potassio, facilmente assorbibili dalle colture. Non meno importante è il campo della digitalizzazione. L’agricoltura di precisione e l’uso di sensori e sistemi di analisi avanzata hanno rivoluzionato la gestione degli impianti. Oggi un agricoltore può monitorare la produzione di biogas, i parametri di processo e la qualità del digestato direttamente dal proprio smartphone, intervenendo rapidamente in caso di anomalie. Questa evoluzione non solo aumenta l’efficienza, ma riduce i costi e rende più accessibile la gestione anche per chi non ha un background tecnico avanzato.
Il quadro europeo del biogas e del biometano
Il panorama europeo del biogas e del biometano è un mosaico di esperienze, strategie e tassi di adozione molto diversi. L’Europa occidentale ha maturato modelli consolidati, economie di scala e mercati dei certificati relativamente strutturati. I Paesi dell’Est presentano ancora un grande potenziale non sfruttato, accompagnato però da ritardi infrastrutturali e dalla necessità di politiche di sostegno più coerenti. Capire queste differenze è fondamentale per chi progetta politiche, investe in impianti o vuole integrare la produzione energetica nei sistemi agricoli locali. In Francia il percorso è stato prudente e graduale, caratterizzato da strategie che mirano a evitare gli errori del passato. Gli incentivi sono stati tarati per privilegiare l’uso di sottoprodotti e reflui rispetto a colture dedicate, e la diffusione degli impianti ha seguito una logica territoriale che cerca di integrare il biometano nelle catene del valore locali. Le officine tecnologiche francesi e le cooperative agricole si sono concentrate su impianti modulari di media taglia, pensati per essere replicabili e per ridurre i rischi di concentrazione. L’approccio ha favorito una crescita sostenuta ma controllata, con un’attenzione particolare alla qualità del digestato e all’accettabilità sociale. La Francia ha puntato inoltre su progetti pilota per l’utilizzo del biometano nella mobilità e su terminali di distribuzione locale, mettendo in connessione produzione agricola e domanda industriale. La Germania rappresenta invece il mercato più maturo e avanzato in Europa per il biogas. Qui la tecnologia è profondamente radicata nell’economia agricola e le soluzioni impiantistiche sono molteplici e sofisticate. La lunga esperienza tedesca ha consentito la sperimentazione di diversi modelli, dal piccolo impianto rurale integrato fino alle grandi unità industriali. Le politiche di sostegno, la diffusione di standard tecnici e l’efficiente rete di consulenza tecnica hanno favorito la professionalizzazione dell’intero settore. Negli ultimi anni la Germania ha spinto in misura consistente sulla conversione degli impianti verso il biometano e sull’integrazione con il mercato dei certificati di origine, rendendo possibile la vendita del gas rinnovabile su base contrattuale anche a clienti industriali e della mobilità. La capacità tedesca di coniugare innovazione, formazione tecnica e accesso al credito è stata determinante per la sua leadership. La Spagna ha invece attraversato una traiettoria più altalenante, influenzata dalla frammentazione del tessuto agricolo e dalle specificità climatiche. I divari regionali sono più evidenti e la diffusione degli impianti è avvenuta a macchia di leopardo. Negli ultimi anni però si è assistito a una crescente attenzione, supportata da riforme normative e da programmi di incentivo che promuovono il biometano per la mobilità sostenibile, in particolare nel settore dei trasporti pesanti e del trasporto pubblico regionale. Alcuni progetti innovativi mirano a creare hub territoriali dove gruppi di aziende agricole condividono impianti e piattaforme logistiche, superando così il vincolo della dimensione aziendale e ottenendo economie di scala. Nei Paesi Bassi il settore è caratterizzato da un alto grado di automazione e da un focus marcato sulla qualità del digestato come prodotto commerciale. Gli impianti spesso sono di taglia medio-piccola ma tecnologicamente avanzati, con sistemi di monitoraggio e gestione molto sofisticati che permettono di massimizzare la resa e la qualità dei sottoprodotti. L’attenzione olandese alla normativa ambientale e agli standard qualitativi ha favorito una filiera del biogas integrata e orientata all’efficienza, con particolare cura nella gestione delle risorse idriche e nella mitigazione degli impatti locali. Nel blocco dei Paesi dell’Est, la situazione è molto diversificata ma accomunata da un potenziale elevato. Romania, Ungheria, Polonia e altri Stati dell’Europa centrale e orientale dispongono di estensioni agricole e di scarti zootecnici che renderebbero economicamente interessante lo sviluppo di impianti di biogas. Tuttavia, la diffusione è stata rallentata da vincoli infrastrutturali, dalla limitata diffusione di servizi finanziari su misura e da un livello di standardizzazione tecnica meno elevato. In questi Paesi la pressione per ridurre la dipendenza energetica e per migliorare la sostenibilità agricola sta spingendo verso l’adozione di politiche mirate, ma spesso manca ancora una piattaforma di coordinamento che renda efficaci gli incentivi. In Romania, ad esempio, l’interesse verso il biometano è cresciuto sia per ragioni energetiche sia per la potenziale valorizzazione delle vaste risorse agricole. Le iniziative tendono a concentrarsi su progetti di media taglia e su modelli associativi, dove più aziende si uniscono per realizzare impianti condivisi. In Ungheria il quadro legislativo si è aperto negli ultimi anni a strumenti di sostegno, ma la capacità amministrativa di accompagnare i progetti e la formazione tecnica rimangono elementi su cui investire. In Polonia la dinamica è simile: grandi potenzialità ma la necessità di infrastrutture logistiche e di una rete di consulenza tecnica capillare per ridurre i rischi di progetto. Un tema comune a tutta Europa riguarda la standardizzazione e l’interoperabilità. Paesi con mercati già maturi hanno sviluppato sistemi affidabili di tracciabilità del biometano e mercati dei certificati relativi alle Garanzie di Origine, consentendo ai produttori di monetizzare il valore ambientale del gas. Per i Paesi in ritardo, l’adozione di standard internazionali e la partecipazione a reti di cooperazione tecnica rappresentano leve fondamentali per accelerare l’installazione di impianti e l’accesso ai mercati. Un altro elemento che emerge dal confronto europeo è l’importanza dei cluster territoriali. Dove si è consolidata la pratica di aggregare risorse, competenze e investimenti a livello locale, la diffusione degli impianti è risultata più rapida e sostenibile. Questi cluster permettono di superare il limite della dimensione aziendale, distribuendo costi e benefici tra più soggetti e creando al contempo una filiera territoriale del biometano che coinvolge servizi di assistenza, industrie locali e reti di distribuzione. Infine, la cooperazione fra Paesi può giocare un ruolo chiave. Lo scambio di best practice, l’adozione comune di standard tecnici e la creazione di mercati paneuropei dei certificati possono favorire la crescita complessiva del settore. Per i Paesi con minore esperienza, inserire i propri progetti in catene del valore transnazionali può rappresentare una strada rapida per attrarre investimenti e per garantire mercati di sbocco affidabili.
Modelli di finanziamento e strumenti di policy
Il successo dello sviluppo del biogas agricolo dipende in misura determinante dall’accesso a finanziamenti adeguati e da politiche pubbliche coerenti. In Europa, i modelli di finanziamento si sono evoluti negli anni, passando da incentivi diretti a strumenti più complessi basati su contratti di fornitura di energia, certificati verdi e partecipazione a fondi pubblici e privati. Questi strumenti non solo riducono il rischio economico per gli operatori agricoli, ma permettono anche di attrarre investimenti più consistenti da parte di operatori industriali e fondi di investimento specializzati. Tra le strategie più utilizzate figurano i modelli di cooperazione tra più aziende agricole per la realizzazione di impianti condivisi. Questo approccio consente di abbattere i costi di investimento iniziale e di gestione, massimizzare la produzione di biogas e digestato, e migliorare la sostenibilità economica complessiva del progetto. Nei Paesi con tessuto agricolo frammentato, come in alcune aree della Spagna e dell’Est Europa, la creazione di cooperative o consorzi rappresenta una leva fondamentale per superare il limite della scala aziendale ridotta. Gli strumenti di policy più efficaci combinano incentivi economici, supporto tecnico e garanzie normative. Le politiche di feed-in tariff, i certificati verdi e le sovvenzioni a fondo perduto hanno dimostrato di favorire la diffusione degli impianti in Germania e nei Paesi Bassi. Tuttavia, la loro efficacia è massima se accompagnata da percorsi di formazione tecnica, consulenza legale e supporto alla progettazione degli impianti. Nei Paesi dell’Est, l’adozione di politiche di sostegno simili potrebbe accelerare la diffusione del biogas, ma è necessario un approccio integrato che includa anche la standardizzazione tecnica, l’assistenza alla gestione operativa e l’accesso facilitato ai mercati energetici locali. Un tema centrale riguarda l’integrazione del biogas nelle filiere territoriali. Gli impianti più sostenibili ed economicamente resilienti sono quelli che valorizzano scarti agricoli e sottoprodotti locali, minimizzando l’uso di colture dedicate e riducendo l’impatto ambientale. Le politiche pubbliche che incentivano l’uso di digestato come fertilizzante naturale o come ammendante per il suolo contribuiscono a creare un circolo virtuoso tra produzione energetica e gestione sostenibile delle risorse agricole. Un altro modello interessante è il finanziamento tramite partenariati pubblico-privati, che permette di distribuire i rischi e di attrarre investimenti più consistenti. Questi modelli, adottati con successo in Francia e Germania, prevedono che enti pubblici forniscano garanzie e contributi iniziali, mentre operatori privati si occupano della costruzione, gestione e manutenzione dell’impianto. In questo modo, le aziende agricole possono accedere ai benefici della produzione di biogas senza dover sostenere da sole l’intero investimento iniziale. Per quanto riguarda gli strumenti di policy europei, il Green Deal e i programmi di finanziamento collegati, come il Just Transition Fund e i fondi della politica agricola comune (PAC), offrono opportunità significative per sostenere investimenti in biogas e biometano. Questi programmi prevedono finanziamenti sia per la costruzione di nuovi impianti sia per la modernizzazione di impianti esistenti, con attenzione particolare all’efficienza energetica, alla riduzione delle emissioni di gas serra e alla resilienza dei sistemi agricoli.
Aziende agricole: come avvicinarsi al biogas
Per le aziende agricole che vogliono entrare nel settore del biogas, la pianificazione strategica è essenziale. La scelta della tecnologia giusta, la definizione chiara delle fonti di approvvigionamento dei materiali organici, la progettazione di impianti modulari e scalabili e la definizione di un modello economico sostenibile rappresentano passi fondamentali. L’adozione di tecniche di monitoraggio e gestione digitale, tramite piattaforme software avanzate, permette inoltre di massimizzare la resa, ridurre i rischi operativi e rispettare i requisiti normativi. Gli investitori devono valutare attentamente le variabili che influenzano la redditività degli impianti: dimensione, localizzazione, accesso ai mercati del biometano, costi di manutenzione e gestione del digestato, e disponibilità di incentivi pubblici. La collaborazione con cooperative agricole o consorzi territoriali può ridurre significativamente il rischio e aumentare l’efficienza complessiva del progetto. In questo senso, la diversificazione delle fonti di reddito – vendendo energia elettrica, calore, biometano e digestato – rappresenta una strategia prudente per garantire stabilità economica anche in mercati energetici volatili. Un elemento cruciale è l’integrazione delle normative europee e nazionali. Gli operatori devono conoscere a fondo le regole sui certificati di origine del biometano, le norme ambientali per lo smaltimento dei residui e le prescrizioni per la sicurezza degli impianti. La formazione tecnica, il supporto consulenziale e l’adozione di standard operativi condivisi riducono gli errori e accelerano l’implementazione dei progetti. Infine, la creazione di reti territoriali, la partecipazione a consorzi di filiera e lo scambio di best practice tra operatori e investitori rappresentano leve decisive per il consolidamento del settore. Queste reti favoriscono la standardizzazione dei processi, la diffusione della conoscenza tecnica, la riduzione dei costi e l’accesso a mercati più ampi, creando un ecosistema resiliente e sostenibile attorno alla produzione di biogas e biometano.
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